Il Rastrellamento del Grappa

Il massacro del Grappa

Settembre 1944

Sintesi del testo di Sonia Residori per il sito dell’Associazione 26 Settembre 1944


Cima Grappa

Nell’estate del 1944, il massiccio del Grappa era diventato una “zona libera” in mano alle brigate partigiane: Italia Libera – due formazioni –, Matteotti, Gramsci e formazioni territoriali sostenute da missioni militari italiane e alleate. Il 20 settembre 1944 le forze nazifasciste scatenarono l’Operazione Piave, un grande rastrellamento che in pochi giorni travolse le difese partigiane. La repressione si abbatté brutalmente sulla popolazione civile della Pedemontana: il 26 settembre, a Bassano del Grappa, 31 giovani partigiani vennero impiccati agli alberi di viale Venezia e via XX Settembre.


I partigiani sul Grappa

🖼 [foto partigiane e partigiani del battaglione Montegrappa, in attesa di autorizzazione dell’archivio]
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Tra la primavera e l’estate del 1944, il massiccio del Grappa era diventato Bandengebiete — Zona di bande secondo i tedeschi — e al tempo stesso una sorta di primo lembo di terra liberata nel Veneto. Sul massiccio confluivano renitenti alla leva, disertori della RSI, ex militari sbandati dopo l’8 settembre 1943, nuclei di antifascisti ed ex prigionieri alleati. Le formazioni erano organizzate in quattro brigate: Italia Libera (suddivisa in Val Piave–Archeson e Val Brenta–Campo Croce), Matteotti, Gramsci e i battaglioni territoriali Mazzini e Silvio Pellico. La vita in montagna era durissima: si lavorava all’autosufficienza nelle casere — calzolerie, laboratori di cucito, piccoli forni per il pane — ma il problema degli approvvigionamenti era grave, e le armi scarseggiavano in modo preoccupante.


Le missioni alleate

🖼 [foto missione inglese – Residori n. 15/14]
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Dal luglio 1944 erano presenti sul Grappa la missione italiana Biplane (conosciuta come Icaro), organizzata dal SIM in accordo con il britannico SOE, e la missione americana Margot Hollis dell’OSS. Queste missioni avevano il compito di addestrare i sabotatori, mantenere i collegamenti radio con il Comando alleato, rifornire di materiali le brigate. Malgrado le ripetute richieste urgenti di armi pesanti e munizioni, i rifornimenti effettivi furono del tutto insufficienti. A settembre arrivò la missione militare inglese Gela, guidata dal capitano Paul Newton Brietsche che aveva l’incarico di creare un contatto diretto tra i comandi partigiani e gli eserciti angloamericani.


La decisione fatale

🖼 [foto “Si salvi chi può”]
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All’inizio di settembre 1944, le voci di un imminente rastrellamento si facevano sempre più insistenti. Il Comando Unico partigiano, “sotto consiglio della Missione Inglese”, decise di resistere a oltranza invece di disperdere le formazioni. Fu un grave errore di valutazione. Pesò anche la “psicosi dello sbarco”: circolavano voci, mai confermate da alcun documento d’archivio, di un imminente sbarco alleato sull’alto Adriatico che avrebbe trasformato il Grappa in un fulcro strategico per la fine della guerra e la liberazione del Veneto. I partigiani si sentivano parte di un progetto militare più grande, e questo alimentò la decisione di non ritirarsi.


L’Operazione Piave (20–21 settembre 1944)

I luoghi messi sotto assedio militare nella Pedemontana e nella zona nord del Grappa. © OpenStreetMap contributors.

All’alba del 20 settembre le truppe nazifasciste misero sotto assedio militare i paesi della Pedemontana — da Borso a Seren, da Cavaso a Crespano, da Pederobba a Quero. Gli uomini furono rastrellati e rinchiusi in scuole e cinematografi requisiti, la popolazione costretta al coprifuoco totale, con un’unica ora al giorno concessa alle donne per portare cibo ai familiari imprigionati. Secondo lo storico Carlo Gentile, le truppe impiegate erano tra i 5.000 e i 7.000 uomini tra tedeschi e fascisti repubblicani.

Alle ore 5 iniziò il cannoneggiamento; poi l’attacco vero e proprio da più direttrici, con truppe tedesche e italiane — tra cui la 1ª Legione d’Assalto M Tagliamento — che usarono sistematicamente i civili come ostaggi, facendoli avanzare lungo i sentieri carichi di materiali. In due giorni di combattimenti le brigate partigiane, scarsamente armate e in gran parte composte di giovanissimi senza esperienza militare, furono sopraffatte. Il 21 settembre, alle 13, il comandante Pasini ordinò il “Si salvi chi può”.


La devastazione del territorio

🖼 [foto Schievenin]
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L’avanzata nazifascista lasciò dietro di sé una scia di distruzione sistematica. Case e stalle furono date alle fiamme, le casere svuotate del bestiame, i boschi e i pascoli devastati. Cima Grappa stessa, sede del Comando Unico, venne raggiunta e incendiata.


La trappola, le esecuzioni e il bilancio del massacro

Eccidio di Bassano del Grappa
Bassano del Grappa, 26 settembre 1944. Autore sconosciuto — pubblico dominio (Wikimedia Commons).

Mentre il grosso dei partigiani riusciva a filtrare tra i posti di blocco e a nascondersi, le autorità nazifasciste misero in atto un piano diabolico: diffusero la voce che chi si fosse presentato spontaneamente avrebbe avuto salva la vita, o al più sarebbe stato arruolato nella contraerea. Molti giovani, ingannati da promesse dei comandi delle Brigate Nere, si consegnarono. La maggior parte di loro fu invece catturata, interrogata con la complicità di delatori, e condannata a morte da tribunali militari sommari (Standgericht). I paesi della Pedemontana — Cavaso, Crespano, Onè di Fonte, Bassano — furono trasformati in patiboli a cielo aperto, con decine e decine di corpi lasciati appesi o per terra, ai lati della strada, per giorni, come monito per la popolazione.

Il 26 settembre 1944, a Bassano del Grappa, 31 giovani partigiani vennero impiccati agli alberi di viale Venezia e via XX Settembre, con un cartello “Bandito” sul petto. Erano stati prelevati dalla caserma Reatto su un camion scoperto, con le mani legate. Il silenzio era assoluto: sembravano increduli. Tra di loro c’era Luigi Stefanin, giovanissimo partigiano della brigata Italia Libera, a cui era stata offerta la vita in cambio dell’arruolamento nella Legione Tagliamento. Rifiutò.

Il bilancio complessivo del massacro, per sua natura difficile da precisare con esattezza, è pesantissimo. Secondo le stime più accreditate, le vittime tra partigiani e civili furono almeno 216 accertate (tra cui donne e ragazzi giovanissimi), dei quali solo pochissime decine furono i caduti in combattimento. A questi si devono aggiungere almeno 44 deportati nei campi nazisti, dai quali quasi nessuno tornò.


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