L’Associazione 26 Settembre nasce nel 2003 attorno a una data precisa: il rastrellamento del Grappa e il massacro del settembre 1944. Una delle pagine più dure della guerra di liberazione in questo territorio.
Ha ripreso la propria iniziativa nel 2025, con una convinzione: sono le domande del presente — sulla democrazia, sulla convivenza, sulla partecipazione — a interrogare il passato e a dargli significato.
Vogliamo contribuire a costruire una memoria condivisa — rigorosa, documentata, intellettualmente onesta — che appartenga a una comunità intera, non a una parte. Una memoria capace di alimentare la convivenza democratica nel presente.
La democrazia non si eredita: si pratica, si reimpara continuamente, insieme. Ascoltando le giovani generazioni. Partendo dal presente. Tenendo vivo il passato.

La nostra idea di memoria
Le origini
L’associazione nasce nel 2003, con un nome che richiama una data precisa: il rastrellamento del Grappa e il massacro del settembre 1944, una delle pagine più dure della guerra di liberazione in questo territorio. La scelta non era solo commemorativa: significava che un territorio teatro di quella violenza non poteva sottrarsi all’impegno di mantenere viva la memoria di quei fatti e, soprattutto, di dare sostanza ai valori di libertà, giustizia e democrazia di cui la Resistenza si era nutrita.
Per anni l’associazione ha operato sotto la guida del suo presidente, Vittorio Andolfato, creando occasioni di conoscenza e di riflessione rivolte alle scuole e alla cittadinanza, in occasione del Giorno della Memoria, del Giorno del Ricordo, del 25 aprile e naturalmente del 26 settembre.
Una nuova stagione
Ha ripreso la propria iniziativa nel 2025, con una convinzione: sono le domande del presente — sulla democrazia, sulla convivenza, sulla partecipazione — a interrogare il passato e a dargli significato. La Resistenza non è stata solo una lotta armata contro l’occupazione. È stata il momento in cui questo paese ha scelto — a caro prezzo — su quali basi voleva rifondare la propria convivenza. Libertà, partecipazione, dignità della persona. Quei valori non sono un’eredità automatica. Vanno custoditi, praticati, rimessi in gioco ogni volta.
Il metodo
Non vogliamo custodire una memoria di parte. Vogliamo lavorare perché si formi una memoria condivisa — rigorosa, documentata, intellettualmente onesta — che possa appartenere a tutti e tutte, al di là degli orientamenti politici. Non il patrimonio di una fazione, ma alimento di convivenza per una comunità intera.
Questo significa anche fare i conti col passato senza filtri agiografici. Le partigiane e i partigiani non erano santi. Erano donne e uomini: con coraggio e contraddizioni, con scelte difficili in circostanze estreme. Restituirli nella loro umanità non indebolisce quello che hanno fatto — al contrario, lo rende più vero. Più credibile. E più utile per chi oggi cerca riferimenti in cui riconoscersi.
Il nostro modo di lavorare si fonda sull’esercizio del pensiero critico, sull’apertura a chi esprime un orientamento diverso dal nostro, sul rigore delle parole utilizzate. Sul rifiuto dell’approssimazione e del sentito dire. Accettando di mettere alla prova le nostre idee, fedeli a un principio di verità che ha bisogno sempre dell’onestà intellettuale, dello studio, della conoscenza.
La memoria interrogata dal presente
È il presente che interroga il passato e ne scopre il significato. Ogni generazione vi ritorna con le domande del proprio tempo, e trova risposte diverse — o trova domande nuove.
Per noi oggi quelle domande hanno il volto delle ragazze e dei ragazzi. Ascoltare le loro attese, le loro idee e i loro sentimenti verso la democrazia — non è un’attività collaterale. È il punto di partenza.
Il compito
Questa domanda ci riguarda. Come adulti e come associazione. Non possiamo limitarci a trasmettere una memoria: dobbiamo essere disposti a lasciarci interrogare da chi viene dopo di noi.
La democrazia non è qualcosa che si eredita — è una pratica che si reimpara continuamente, insieme, tra generazioni diverse. Ci si educa all’ascolto ascoltando, al confronto confrontandosi, alla partecipazione partecipando. Non esiste un livello in cui questo compito finisce. Vale nelle relazioni personali come in quelle pubbliche. Vale tra cittadini e istituzioni.
È dentro questo orizzonte che si colloca il lavoro dell’Associazione 26 Settembre: tenere viva la conoscenza del passato, praticare un ascolto attento del presente, contribuire — nei modi che ci sono propri — a una democrazia più reale.
