Vittorio Andolfato
Filosofo di formazione, insegna Storia e Filosofia al Liceo Brocchi per quasi trent’anni. Ma la scuola è solo una delle sue dimensioni: fonda associazioni, apre la propria casa agli studenti e alle studentesse, porta dentro la città le domande che la città fatica a porsi.
Nel 2003 dà vita all’Associazione 26 Settembre. La sua morte ha pesato sul silenzio degli anni successivi. La sua presenza pesa ancora di più, adesso che l’associazione ha ripreso.
Al suo fianco c’era Umberto Pototschnig, il suo compagno di vita. Un legame che l’epoca non gli consentì mai di vivere pubblicamente, una costrizione al silenzio che lo ha reso custode di un dolore silenzioso.
Cominciava ogni lezione da lì: dalle parole. Perché i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Non ha lasciato pubblicazioni — la cura del dialogo e della relazione era per lui una pratica di vita. Ha lasciato un metodo: esercizio del pensiero critico, apertura all’altro, rigore delle parole. Un modo di stare nel mondo che per molte persone è diventato una forma di vita.


Vittorio Andolfato nasce a Vicenza il 1° maggio 1941, ultimo di dieci fratelli e sorelle. Si trasferisce con la famiglia a Bassano del Grappa. Al Liceo Brocchi due insegnanti lo segnano: una professoressa di Storia dell’arte che sperimenta un rapporto nuovo tra insegnanti e allievi, e un professore di Filosofia che gli accende la passione per i libri e per il pensiero.
Nella sua vita c’era Umberto Pototschnig, il suo compagno. Un legame profondo e duraturo, che Vittorio non poté mai vivere apertamente, non nella società del suo tempo. L’impossibilità di raccontarlo è stata per lui fonte di un dolore invisibile ma persistente. Ricordare il loro amore oggi, qui, è un piccolo atto di liberazione.
L’insegnante
Cominciava da lì: dalle parole. Se qualcuno non conosceva il significato di un vocabolo, doveva interromperlo e chiedere — non provare a desumerne il senso dal contesto. Le parole non erano strumenti neutri: erano il confine del mondo pensabile. Chi le usava con sciatteria stava già pensando con sciatteria.
Il suo modo di insegnare non si lasciava ridurre alla trasmissione di contenuti. Non lunghe lezioni frontali, non contenuti da assimilare: domande. La lezione cominciava sempre chiedendo alle studentesse e agli studenti se avessero dubbi, questioni, perplessità. Nessuna domanda veniva trascurata o considerata insignificante. Chi non ne aveva veniva invitato a tornare sul testo: l’assenza di domande, per lui, non era segno di comprensione ma di lettura superficiale.
Non separava mai ciò che studiava per conto proprio da ciò che portava in classe. Non svolgeva un programma: faceva entrare gli studenti nel suo rapporto vivo con le cose, in quello che ammirava e in quello che non accettava. Il compito vero non era far conoscere il pensiero dei filosofi: era fornire gli strumenti per sviluppare un pensiero proprio — che potesse però essere razionalmente sostenuto, non semplicemente espresso.


Nei musei copriva le didascalie con le mani prima che gli studenti potessero leggerle: guardare viene prima di sapere il nome. In classe, una lezione di storia medievale poteva diventare un ragionamento sul commercio delle spezie o sul ruolo dell’economia contadina. Nessun sapere si lasciava davvero isolare dagli altri.
Quando invece incontrava ignavia intellettuale, ragionamento rozzo, luogo comune ripetuto senza riflessione, la reazione era immediata e memorabile. Chi lo ha avuto in classe ricorda bene quella trasformazione: la barba che cominciava a tremare, la voce che si faceva stridula, l’invettiva circostanziata e feroce. Non era improvvisazione: era pedagogia. Un modo calcolato — e in parte socratico — di rendere fisicamente intollerabile l’approssimazione. Poi, ritrovata la calma, ti aiutava a reimpostare il ragionamento.
Accanto allo sdegno, l’ironia — quella tagliente per segnalare una distanza, e quella da compagnia per ridere insieme. Duplice e bifronte, come le statuette dei sileni a cui Alcibiade paragona Socrate nel Simposio: aspro in superficie, capace di grande tenerezza dentro.
Apriva anche la propria casa. Il garage in Angarano diventava sala di cinema d’essai. La casa di Lusiana era il luogo degli incontri collettivi, dello studio insieme, della riflessione. Chi abitava fuori Bassano poteva usare la cucina per il pranzo. Si usciva da un incontro con lui sentendosi ignoranti — ma mai umiliati.
Il cittadino
La scuola non esauriva il suo impegno. Già negli anni Settanta si occupa di dipendenze, aiuta alcuni ragazzi a fondare una comunità di recupero. Fonda Babele, associazione multietnica che lavora sull’integrazione dei cittadini e delle cittadine straniere. Sostiene la comunità albanese kosovara a Bassano, contribuisce all’apertura di una scuola albanese, aiuta a tenere vivo il legame delle nuove generazioni con la propria lingua e cultura di origine.
Nel 2003 dà vita all’Associazione 26 Settembre, nata attorno alla memoria del rastrellamento e dell’eccidio del Grappa. La presiede con pazienza, mediando tra punti di vista diversi, riservando a ogni commemorazione la stessa cura. Nel 2015 riceve il Premio Cultura Città di Bassano — con la ritrosia e la discrezione che hanno sempre contraddistinto ogni sua azione. Un suo intervento su viale dei Martiri e la Liberazione di Venezia è conservato in un servizio speciale del TG3 del 25 aprile 2015.
Non ha lasciato pubblicazioni. Come Socrate, la cura del dialogo e della relazione era per lui una pratica di vita. Il suo sapere, la sua cultura erano diventati modi di vita a disposizione degli altri.


Cosa significa per noi
Quando l’Associazione 26 settembre ha ripreso la propria iniziativa nel 2025, il punto di partenza è stato inevitabilmente lui. Non per costruire una figura inaccessibile, non per nostalgia. Ma perché il metodo che Vittorio ha praticato — esercizio del pensiero critico, apertura a chi pensa diversamente, rigore delle parole, rifiuto dell’approssimazione — non si eredita: si pratica. Ed è quello che cerchiamo di fare, con umiltà, pazienza e perseveranza.
L’ILLUSTRE bassanese
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Il Premio Cultura Città di Bassano 2014
Il discorso di Vittorio
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